Crans-Montana, cordoglio e riflessione. Rimettere al centro educazione al rischio, prevenzione e rispetto delle regole di sicurezza

Il dolore per le vittime e per i giovani feriti a Crans-Montana è profondo, lacerante. Abbiamo tutti negli occhi le immagini di queste ore, che generano sofferenza e, insieme, molti interrogativi: ogni vita spezzata o segnata per sempre è una sconfitta che ci tocca da vicino.

Esprimiamo anzitutto la nostra vicinanza alle famiglie e a tutte le persone coinvolte. Un ringraziamento profondo va ai soccorritori – molti dei quali arrivati dal nostro Paese, con professionalità e dedizione – che stanno operando senza sosta in un contesto complesso e fragile. Invitiamo tutti alla massima prudenza nel condividere informazioni: il rispetto del dolore passa anche attraverso la verifica delle notizie.

In momenti come questo, il silenzio – rispettoso, orante – è doveroso. Ma lo è anche una riflessione onesta, che non si fermi all’emozione del momento.

Come Centro Alfredo Rampi lavoriamo da sempre per la prevenzione, la formazione, la gestione delle emergenze, l’educazione alla sicurezza e alla consapevolezza del rischio. Sappiamo che la capacità di un sistema di affrontare un’emergenza dipende dalla preparazione e dalla sicurezza dell’ambiente e contemporaneamente da quella delle persone che lo vivono. La possibilità di adottare comportamenti protettivi dipende di certo dalle strutture e dagli edifici, ma è anche una responsabilità individuale e condivisa.

Soprattutto in momenti di festa e spensieratezza è difficile pretendere una vigilanza costante, e nessuno potrebbe vivere in uno stato di allerta permanente. A maggior ragione ci auguriamo che siano riconosciute le mancanze e le responsabilità oggettive che hanno portato alla tragedia. Dunque, proprio qui emergono le domande cruciali che da 45 anni accompagnano il nostro impegno educativo e culturale: perché non si investe in prevenzione e sicurezza? Perché è così difficile trasmettere la capacità di riconoscere il pericolo? Quanto è basilare investire in percorsi di consapevolezza e preparazione all’emergenza?

Non parliamo di un’informazione terrorizzante e controproducente, che potrebbe generare panico o, al contrario, reazioni eccessive e maniacali. Parliamo di educazione al rischio, realizzata in modo partecipato e sereno, per affinare la capacità di leggere i contesti, riconoscere quando un’anomalia spezza la normalità, allenarsi ad agire efficacemente, avere il coraggio di allontanarsi per proteggere sé stessi e gli altri. Contro il pessimismo, la rassegnazione, il fatalismo: responsabilità, lucidità, cura.

Troppo spesso continuiamo a pensare che la sicurezza e la protezione siano sempre delegabili e che il rischio sia un’astrazione. Si parla molto di libertà – come è giusto che sia – ma meno di responsabilità ed educazione al limite, al reale, alla gestione degli imprevisti. Come ha ricordato lo psicologo Viktor Frankl, sopravvissuto a 4 lager nazisti, insieme alla Statua della Libertà dovrebbe esistere sulla costa opposta degli USA la “Statua della Responsabilità”: se la libertà ci dà il diritto di scegliere, la responsabilità ci ricorda che siamo custodi delle conseguenze di quelle scelte, per noi stessi e per gli altri. Ed è proprio questo che salvaguarda la libertà.

Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e interconnesso che, tuttavia, tende a rimuovere il pericolo e la catastrofe: reazione comprensibile, come forma di difesa dal dolore e dall’angoscia, ma che rischia di diventare disfunzionale, indebolendo la capacità di riconoscere il rischio e di reagire in modo protettivo. Anche la mediazione continua degli schermi può trasformare la tragedia in un contenuto da consumare, attenuando l’istinto naturale di protezione.

Sarà compito delle indagini chiarire responsabilità e violazioni delle norme di sicurezza. A noi, oggi, spetta un altro compito: andare oltre la ricerca dei singoli colpevoli e riconoscere una responsabilità collettiva, educativa e culturale.

Il nostro impegno, nato da una tragedia, è portato avanti da 45 anni con la convinzione che il dolore, da solo, non basti: deve diventare responsabilità, memoria attiva, prevenzione e cambiamento.
In nome di questo impegno, il Centro Rampi continuerà, con ancora maggiore determinazione, il suo lavoro di formazione e sensibilizzazione. Lo dobbiamo ai ragazzi di oggi. E lo dobbiamo alla memoria di chi non c’è più.

 

Michele Grano
Psicologo, Vice Presidente Centro Alfredo Rampi